Non preoccuparti: siamo migliori amiche
- Alessandra Busto
- Jan 8
- 3 min read

Due bambine di tre anni, Betty e Jenny, stanno giocando insieme.
A un certo punto, Jenny nota che Betty si è allontanata per giocare con un'altra bambina. Non dice nulla. Ma qualcosa cambia: lo sguardo, il corpo, il modo di stare lì.
Betty se ne accorge.
Torna da lei e, senza che nessun adulto abbia fatto domande, le dice semplicemente: "Non preoccuparti; siamo migliori amiche."
Nessuno ha chiesto loro di spiegare cos'è l'amicizia. Nessuno ha chiesto definizioni. Eppure, in quel momento, l'amicizia si è manifestata.
Quando il problema non è nei bambini, ma nelle domande
Per molto tempo, la psicologia ha faticato a prendere sul serio l'amicizia, soprattutto quella tra bambini. Negli anni Settanta, i primi studi cercavano di capirla chiedendo ai bambini di spiegarla: scrivere temi, rispondere a domande, descrivere cosa si aspettassero da un "migliore amico".
Bigelow e La Gaipa chiesero a centinaia di bambini tra i sei e i quattordici anni di farlo. I risultati sembravano chiari: le capacità di parlare di emozioni complesse, di preoccupazione per l'altro, di concetti astratti come l'amicizia sembravano emergere solo più tardi.
Ma forse il limite non era nei bambini.
Forse era nel modo in cui venivano interrogati.
Chiedere a un bambino di sei anni di scrivere un saggio sull'amicizia misura davvero la sua capacità di stare in relazione? O piuttosto la sua capacità di usare il linguaggio scritto?
Guardare invece di chiedere
William Corsaro, antropologo, ha scelto una strada radicalmente diversa. Non ha chiesto ai bambini di spiegare l'amicizia. Non ha guidato il gioco. Non ha fatto domande.
Si è seduto nei loro spazi quotidiani. Ha aspettato. Aspettato di essere invitato. Aspettato di essere accolto nel gioco, alle loro condizioni.
Non come un adulto che osserva dall'alto, ma come qualcuno che rispetta il loro mondo.
Ed è lì che sono emerse cose che prima non si vedevano.
I bambini sanno già sentire l'altro
Attraverso l'osservazione diretta, Corsaro ha mostrato qualcosa che ha messo in crisi molte convinzioni precedenti. I bambini molto piccoli colgono gli stati emotivi degli altri, si preoccupano per i sentimenti altrui, sanno riparare un legame, comprendono l'amicizia come qualcosa che va custodito. Non sempre sanno dirlo a parole. Ma sanno farlo.
L'amicizia, per loro, non è un concetto. È un'esperienza vissuta.
La prima relazione "alla pari"
Per un bambino, l'amicizia è una relazione speciale.
È la prima relazione in cui non c'è un adulto che guida, non c'è una gerarchia prestabilita, non c'è un ruolo fisso. C'è un incontro. Due persone che devono negoziare, includere, escludere, ritrovare equilibrio. Due corpi che imparano a stare insieme. Ed è lì che si impara qualcosa di fondamentale: come si sta con l'altro senza avere potere su di lui.
L'amicizia come esperienza incarnata
Quello che emerge dagli studi etnografici non è una teoria astratta, ma qualcosa di molto concreto. L'amicizia nasce da stare insieme, giocare, condividere spazio e tempo, attraversare piccoli conflitti, ritrovare una sintonia. È fatta di gesti, sguardi, silenzi, presenza.
È un sapere del corpo, prima che della mente.
Ed è anche profondamente culturale: Corsaro ha osservato come bambini di contesti diversi sviluppino modalità relazionali differenti fin dall'infanzia. C'è chi discute di più, chi evita il confronto, chi cerca l'accordo.
Ma in tutti i casi, il cuore resta lo stesso: l'incontro reale.
Cosa c'entra tutto questo con noi adulti?
Molto più di quanto pensiamo.
Crescendo, impariamo a parlare meglio. Ma spesso perdiamo la capacità di stare davvero nell'incontro. Cerchiamo spiegazioni, ruoli, strategie. Ma fatichiamo ad ascoltare senza prepararci a rispondere, a restare in uno spazio condiviso senza controllarlo, a sentire l'altro prima di interpretarlo. Eppure, quello che sapevamo fare da bambini non scompare. Si copre.
Creare spazi senza gerarchie
Quando uno spazio è sicuro, quando non c'è giudizio, quando non c'è performance, quando nessuno "sa di più" dell'altro, accade qualcosa di molto simile a ciò che Corsaro osservava nei bambini. Le persone iniziano a stare, ad ascoltare, a regolarsi a vicenda. Il gruppo diventa un luogo in cui non si deve dimostrare nulla. Solo esserci.
Una domanda da portare con sé
Forse non si tratta di imparare qualcosa di nuovo. Forse si tratta di chiedersi: dove, nella mia vita, esiste ancora uno spazio così?
Un luogo dove non devo spiegare, dimostrare, performare. Dove posso semplicemente stare, come Betty e Jenny nel loro gioco.
E se non esiste ancora, come potrebbe essere crearlo?
L'amicizia — come l'ascolto, come la presenza — non è un concetto da spiegare. È un'esperienza da abitare.
Ed è lì, in quello spazio semplice e reale, che qualcosa può di nuovo muoversi.



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